13 Gennaro
SAN FELICE DI NOLA
Tra i santi, che resero luminoso il terzo secolo della chiesa, si distingue San Felice di Nola, di cui prendiamo a narrar la vita, limitandoci com’è nostro stile a quello, che presso i più accreditati autori ci vien riferito intorno le di lui virtù, ,e i di lui miracoli. Il suo padre Ermia originario di Siria dopo aver militato nelle milizie romane, nelle quali sostenne per lungo tempo varie decorose cariche, si trasferì ad abitare in Nola città della Campania.
Qui nacque il nostro santo, cui fu imposto il nome di Felice, e veramente convenivasi questo titolo a colui, che prevenuto dalla grazia celeste era ordinato a splendere sul candelabro del sacerdozio, per felicitare quei popoli, che ebbero la sorte di ascoltarne le prediche, di vederne le apostoliche operazioni, e di ammirare prodigi. Ebbe un fratello, che chiamavasi Ermia come il padre, da cui si divise, per attendere la sua vocazione ecclesiastica, mentre quegli si determinò alla professione militare. Il vescovo san Massimo ne conobbe ben tosto la bell’indole, i semplici costumi, e la rettitudine del cuore, per cui non dubitò della sincerità di sua vocazione. Lo ammise agli ordini sacri. Qui dobbiamo notare, che san Massimo gli conferì primieramente l’ordine di lettore, poscia quello di esorcista, de’ quali ordini san Paolino scrive elegantemente gli offici in versi latini (1), da cui chiaramente apparisce, come la disciplina della chiesa sia antica e costante a confusione de’ novatori, e degli eretici. Ora in tutti gli ordini san Felice con tale impegno e fedeltà ne adempiva le obbligazioni, che san Massimo lo innalzò al grado di sacerdote, e lo considerò come sostegno mandatogli da Dio nella sua cadente età, e dividendo con esso le gravi cure della diocesi pensava a farselo alfine suo successore. Intanto una terribile persecuzione mise la costernazione per tutto l’impero. Decio avea decretato lo sterminio de’ cristiani, che ad onta di ogni guerra tanto più moltiplicavansi, quanto più s’inondavano di sangue gli anfiteatri e le piazze. Siccome i colpi più fieri erano contro i pastori delle anime, perciò san Massimo non per timore, ma per interna ispirazione si ritirò in deserto solitario e sconosciuto, per conservarsi al bene del suo pericolante gregge. I persecutori, non trovato il vescovo, si rivolsero rabbiosamente contro Felice rimasto, siccome astro in tempestosa notte, a spandere la evangelica luce colle sue virtù e col suo apostolico zelo, e per esser sostegno del clero e del popolo. Fu preso e condotto avanti al giudice, il quale mise in opera tutto lo sdegno per abbattere la costanza di questo eroe. Ma vedendo inutili i suoi tentativi, lo imprigionò in orrido carcere, caricandolo di pesante catene intorno al collo e alle mani, e stringendone i piedi entro tormentosissimi ceppi, sicché neppure potesse prendere alcun breve sonno; e a tal fine il pavimento dell’oscura prigione era seminato di rottami taglienti di vasi e di cocci. Iddio disponeva in tal guisa gli avvenimenti per operare un insigne miracolo, che rammenta quello accaduto nelle persona del principe degli apostoli san Pietro, quando nella sua dolorosa prigionia videsi per angelica possanza sciolto dalle catene, e liberato dal carcere, per accorrere al sollievo de’ fedeli piangenti ed afflitti; così un vivissimo splendore si diffuse nella prigione di Felice, mentre un angelo scendea a intimargli di presto accorrere in soccorso del vescovo agonizzante. Spaventato e dubbioso alle prime parole dell’angelo, non sapea Felice a che risolversi, ignorando ove fosse Massimo. Ma vedutosi disciolto al momento dai ferri e dai ceppi, seguitò il celeste messaggero passando invisibile attraverso delle guardie. Si affrettò sollecito all’alpestre solitudine, e senza sapere in qual direzione movesse, ritrovò il moribondo vescovo che all’estremo era giunto, poiché destituito di ogni mezzo umano, dopo avere errato in quelle aride e spinose balze senza mangiare e bevere, sfinito di forze, fu assalito da mortale affanno, ed era giù presso che morto, quando Felice si accinse a compiere i suoi caritatevoli offici. Anche questi sarebbero stati vani senza un altro miracolo. Un grappolo d’uva allora nato biondeggiava sopra uno spino, da cui spicciolatine alcuni acini li distillò in bocca all’agonizzante pastore, che subito ricuperò la cognizione e la vista, dicendo: “Troppo, mio caro Felice, avete tardato a venire in mio aiuto, giacché il Signore me ne aveva fatta rivelazione”. Indi Felice, dopo averlo in ogni modo ristorato, lo si caricò su gli omeri, e con miracolosa prestezza lo ricondusse in città nella casa vescovile, ove una vecchia devota ne prese cura. Massimo in compenso di tanta carità, poste le mani sul di lui capo lo benedisse, e a tal benedizione san Paolino attribuisce i prodigi operati in seguito da Felice.
Dopo alcuni giorni passati nascostamente nelle propria casa in continua orazione, san Felice credendo opportuno il manifestarsi per lo bene de’ eredi e dispersi fedeli, andava pubblicamente esortandoli a rimaner saldi nella fede, e a morir per essa onde riportarne la gloriosa palma del martirio. A tal vista arsero di livore i pagani, e a mano armata si avventarono contro di lui, per farne scempio, e ucciderlo. Se non che Iddio con miracolosi modi rese inutile il lor sanguinoso attentato, facendo che il suo fedel servo divenisse invisibile a que’ rapaci lupi, che qua e là furibondi cercavanlo a morte, senza poterlo giammai raggiungere, nel tempo che egli dimorava in mezzo ad essi e loro favellava. Quindi, Felice riparò in una casa vicina tutta rovinosa, ove subitamente lo inseguirono, ma che? la porta istessa, ove era entrato il santo miracolosamente fu difesa dalla tenuissima tela di ragno, che subito vi si compose, e persuase a’ persecutori, che nessuno avea potuto di là passar; sicché pieni di confusione, e di furore desistettero dall’iniqua trama. Felice di notte tempo guidato da lume sovrannaturale si nascose in una cisterna antica presso un angolo più rimoto della città, ove visse sei mesi invisibile al mondo, e solo a Dio noto, il quale convertì quell’orribile sepolcro in teatro di contini miracoli, come ci attesta san Paolino (1). Poiché fu prodigiosamente alimentato e dissetato, giacché una santa donna, senza altro conoscere, ponea vicino o sull’orlo alla cisterna del vitto; e talora con nuvola rugiadosa, essendosi disseccato negli estivi calori quel poco d’acqua che era in fondo alla cisterna, veniva ristorato. Molte volte gli apparve Gesù Cristo medesimo che di sua mano gli porse il cibo, e d’inestimabili consolazioni riempì nella cisterna quest’altro Giuseppe perseguitato a morte dai crudeli nemici del cristiano nome. Terminata quella fiera persecuzione Felice avvisato in una rivelazione ritornò all’esercizio dell’apostolato. Incredibile fu la meraviglia e il gaudio universale de’ Nolani, quando lo rividero sano e salvo, poiché forse in così lunga assenza lo avevano creduto o morto, o in regione assai lontana. Fu tale sentimento di piacere e di venerazione verso questo esemplarissimo sacerdote, che, morto il vescovo san Massimo, in lui si rivolsero gli sguardi e i voti universali, perché lo consideravano come il più degno di succedere a quel grande pastore. Ma la somma umiltà di lui altri desideri eccitavagli in cuore e altri pensieri. Tanto studio mise in opera per ricusare quella dignità, che riuscì di fare eleggere Quinto prete molto zelante e caritatevole, e così continuò nell’umile suo stato di prima a instruire i cristiani e a procurare ovunque la maggior gloria di Dio. Se nel tempo della terribile persecuzione diede tante prove di eroica virtù che, come si disse, servì di splendore a quella città e diocesi, onde confermarle nella fede, non minori furono quelle, che diede in giorni di pace, in cui l’idolatria andava sempre più estinguendosi siccome notturno lume fosforico all’apparire del sole. Egli avea ereditato dal padre ampio patrimonio, che intanto considerò come suo, inquanto che con quello potea sovvenire a’ poverelli di Gesù Cristo. Or queste sue possessioni iniquamente toltegli dagli avarissimi pagani quando fu perseguitato, avrebbe potuto quindi recuperare, seguendo anche il consiglio de’ suoi amici. Ma Felice avendo sempre in mente i più savi consigli di Gesù Cristo, e dell’apostolo san Paolo, riputava sterco e fango i beni della terra, e nella povertà riponea la vera ricchezza. Perciò di nulla si curò, e contento di quanto eragli necessario e conveniente, si spogliò degli interni affetti e desideri, che talora sogliono essere lacci occulti e fatali alle persone consacrate al Signore. Ricusò ancora modestamente i ricchi doni, che gli avea offerto una pia dama per nome Archelaide. Eppure, era così ingegnosa la sua carità, che sapea ritrovare onde alimentare e vestire i miserabili. Egli si era provveduto di un orticello, che di sue proprie mani coltivava, per ritrarne a sé e ai bisognosi nutrimento. D tutto quello che mangiava, volea farne parte a’ poverelli, a’ quali più intento e applicato, che a sé medesimo, dava spesso le sue vestimenta, né soffriva il suo amoroso cuore, che si trovasse un mendico più sconciamente di sé stesso vestito.Perciò se possedeva due vesti, la migliore era per il povero; se due vivande, la più squisita al povero; e se talora una sola veste o vivanda trovavasi, era o in parte o in tutto destinata all’indigente. In tante e così splendide virtù impiegando i suoi giorni Felice, era divenuto un oggetto di unversale edificazione, di conforto, di sostegno.
Rese l’anima al Creatore ai 14 gennaro dell’anno 266 (1) pieno di meriti e di anni, compianto e venerato da tutti. La sua tomba fu gloriosa per li grandi e innumerevoli miracoli operati da Dio a esaltamento di questo suo servo, e de’ quali san Paolino (2) fe onorata rimembranza. Ciò che rese più illustre il sepolcro di san Felice fu il prelodato San Paolino, il quale rinunziate le amplissime dignità del romano impero, e profuse a poveri le sue immense ricchezze, recossi a sommo di Esser portinaio e scopatore della chiesa, ove si conservava il corpo di San Felice, a cui accorrevano devotamente i fedeli, e i più cospicui personaggi. La costanza nelle tribolazioni, e la carità inverso de’ poveri sono le virtù più luminose nella vita di san Felice. Perciò serva di esempio efficacissimo alle anime afflitte e generose. Nelle amarezze e nelle persecuzioni dobbiamo a costo anche della vita mantener viva e incorrotta la fede, e nella necessità e nei bisogni del nostro prossimo dobbiamo usar pietose viscere di amore, e correre prontamente per aiutarlo e soccorrerlo.
(DEL P. M. GIACINTO DE FERRARI DE’ PREDICATORI)